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Tree watching a Milano

novembre 10, 2009

treewatching-a-milano L’Albero di luce (Phoenix barresii) svetta come un cerniera fra la terra e il cielo.

C’è un signore che di mestiere fa il muratore e abita in piazza XXIV maggio, a Milano. È una persona mite, sorride e parla poco, si chiama Franco Di Benedetto. Dopo l’ora dell’aperitivo è facile vederlo alticcio. È assurto agli onori delle cronache cittadine perché nel maggio 2004 si è arrampicato sul grande albero accanto alla Porta Ticinese per staccare i tre manichini di bambini appesi da Maurizio Cattelan (fra l’altro cadde pure, lussandosi una spalla). Fu denunciato, ma ebbe la solidarietà di molte persone, e in quartiere si commentava divertiti che da tanto tempo non succedeva qualcosa. L’episodio ebbe anche il merito di risvegliare l’attenzione per uno degli alberi monumentali della nostra città, la grande quercia rossa (Quercus robur) piantata alla fine della Grande Guerra per commemorare i caduti. Un vero gigante, alto e voluminoso, del tutto indifferente alla movida nottura dei Navigli. A Milano ci sono 180.000 alberi, e circa 200 essenze arboree: le specie antiche della pianura padana, come platani, aceri, tigli, querce, frassini e carpini; ma anche specie di importazione come la palma, il gingko biloba e altre cultivar dall’Estremo Oriente e dall’Asia. I buoni milanesi, se si indaga, non sono affatto indifferenti ai grandi alberi della città. Così, ti parlano del maestoso Noce del Caucaso di via Manin (Pterocarya fraxinifolia), o dei 24 Platani di Spagna (Platanus x acerifolia) alti fino a 45 metri in piazzale Libia, o della Metasequoia (Metasequoia glyptostroboides) che d’autunno si veste di colori accesi ai Giardini di Porta Venezia, dove c’è anche –verso Palazzo Dugnani – un Cedro dell’Himalaya (Cedrus deodora); o del Pino di Corsica (Pinus poiretiana) nel Parco delle Basiliche, un albero-scultura senza rami con una chioma spanata in orizzontale sulla sommità che fa pensare a un grande lampione vegetale… Nel linguaggio corrente, c’è una retorica che oppone il dato dimensionale e quantitativo al dato qualitativo: la natura di un oggetto non risentirebbe troppo della dimensioni, quello che conta è la missione, la natura intrinseca. Ma un grattacielo non è una villetta, e una sequoia non è una betulla. Il tema della monumentalità investe di petto l’Albero di luce di Antonio Barrese. L’albero si compone di otto cavi rotanti in acciaio lunghi 30 metri, rivestiti ciascuno per tutta la lunghezza di 60 moduli luminosi di 50 cm, ciascuno dei quali contiene 27 LED RGB. In tutto, a bordo dell’albero, ci sono 12.960 ‘foglie’ luminose, che generano una cascata di luce con infinite pulsazioni. È un inno alle risorse tecnologiche e progettuali, è stato detto, ma anche una scala di Munchausen per salire verso l’alto, e un manifesto positivo rivolto alla città. Insomma, un’esortazione a fare bene. In questo, l’Albero di luce condivide la natura monumentale con i suoi fratelli minori che ci hanno messo anni, cerchio dopo cerchio, a svettare sopra il traffico. Gli alberi monumentali sono un fatto a sé. Sono testimoni di storie antiche, la loro altezza conferisce una saggezza ineffabile, la forza tranquilla di chi sa. Fermarsi vicino a loro è un po’ beneficiare della loro ala protettiva. Non nascondiamocelo, è anche un fatto di dimensioni. Una cattedrale gotica ti inchioda contro il cielo, una chiesetta romanica ti spinge verso un sentimento intimista. L’Albero di luce (Phoenix barresii) svetta come un cerniera fra la terra e il cielo. E sta lì a significare, dall’alto dei suoi 31 metri, che una piattaforma visiva sopraelevata aguzza la visione del mondo.

One Comment leave one →
  1. antonio costantini permalink
    dicembre 12, 2009 7:37 pm

    non vedo l’ora..antonio costantini produttore dei 2.000 circuiti stampati che ospiteranno i quasi 20.000 led colorati

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