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El purtava la cravàta

dicembre 4, 2009

Barrese e il suo Albero luminescente pescano nella falda più nobile di Milano.
Questo Natale avremo una buona occasione per fare stretching dell’anima. Grazie Antonio.

John Berger. Il volumetto si chiama Sul guardare. Bruno Mondadori 2003, ma il testo è del 1979. Berger, occhio affilatissimo, che smonta e rimonta le lenti sociali con cui guardiamo le immagini, commenta una celebre foto del 1914 di August Sanders, con tre contadini che si incamminano nel giorno di festa con l’abito completo e il bastone da passeggio. Berger ci dice che una persona la capisci non tanto da che cosa indossa, quanto da come lo fa, dall’agio con cui lo fa (per i giovanotti l’abito completo era un traguardo, che ahimè esprimeva l’egemonia dei ceti dominanti, come insegna peraltro il papà di Angelica che ballonzolava in un frac clamorosamente fuori registro di gattopardesca memoria). Usiamo le stesse lenti per guardare le foto di Enrico Fermi e dei suoi sodali in via Panisperna, di Lucio Fontana, Piero Manzoni, Giò Ponti, Achille Castiglioni… Sono in giacca e cravatta, qualche volta anche col camice. Immagini di sobrietà, eleganza interiore, onestà del lavoro. Anni luce prima dei jeans, del ’68, delle giacche techno di Strehler, del casual e dell’informal friday. Sono a loro agio. L’artista del Novecento – forse era un’utopia, chi può dirlo, ma non celebriamo troppo facili funerali – era un agrimensore che voleva rifare i connotati al mondo, prima che diventare una star, almeno prima dell’avvento di Andy Warhol. Non gli interessava mettersi di tre quarti oltre una certa misura fisiologica. Non si sentiva Byron, Foscolo o Leopardi. Era più un architetto delle modalità di comunicazione sociale. Via via che la pittura ha ceduto terreno ad altre forme di espressione, si sono diradate le nubi di mistero intorno alle presunte capacità demiurgiche di un artista come monade. Via i mesmerismi, le decadenze, il delirio solipsistico, i vaneggiamenti, le svenevolezze. Largo all’uomo nuovo di Majakovskij… L’artista si è presentato come materia neuronale espansa connessa con la società, non antagonista ad essa. Antonio Barrese mi ha donato un libro che, debbo dire, incute una certa soggezione. MID Dall’arte programma all’arte interattiva – Alle origini della multimedialità (Silvana Editoriale, 2007). 351 pagine di investimento sull’intelligenza e la forza intrinseca di un’arte di cui si può dire tutto fuor che non sia necessaria. È altamente necessaria. I giovani studenti di Brera del MID (‘Mutamento Immagine Dimensione’) con le loro camicie bianche e le cravatte appuntite come una matita, sorridevano e lavoravano insieme per inoculare nel mondo il virus della ragione. Operazione difficile, forse impossibile. Mai donchisciottesca. C’è la storia, in queste pagine, di un tempo passato che a Milano incubava idee a fiotti, facendo schizzare il potenziale di ciascuno molto in alto. L’idea stessa di un gruppo è affascinante. C’è il cammino che nasceva con l’esaltazione di una Lunga Marcia, ci si metteva in moto sapendo di mettere in moto la storia. E nessuno si curava poi dei danni collaterali. Si sa, le idee buone camminano anche da sole, su gambe sconosciute. È bello sapere che Antonio Barrese non ha mai abbandonato questo spirito, che ci è ritornato, e che le sue ricerche da giovane, così ambiziose, radicali e serie in quell’area della téchne in cui invenzione, scienza e tecnologia si guardano negli occhi senza complessi, oggi rivivono in un’installazione pubblica. L’artista era acquattato, in attesa dell’avvento delle tecnologie opportune. Io vedo in questa parabola non solo il riscatto di una vita che si nutre di eterni ritorni, ma una gestione ragionata del capitale-tempo, in cui l’essere umano governa questa risorsa con scioltezza invece di subirla con angoscia. E così, quella Milano – perché nascondercelo – di cui abbiamo nostalgia, così orgogliosa e immaginativa anche prima del ’68, in cui industriali e artisti si facevano la spaghettata di mezzanotte, prima dell’ubriacatura dei soldi facili, in cui le idee nascevano per colluttazione intellettiva e sociale (come nei grande acceleratori per scoprire nuove particelle), in cui arte e creatività volevano dire anche sacrificio e poesia, in cui Milano per qualche lustro è stata capitale europea di fermenti, produzioni, brevetti, grandi mostre e artisti proiettati in avanti, quella Milano dicevo… forse ritorna. Ne assaporiamo i prodromi nell’aria, e i postdromi (una città viva conia neologismi!) nelle coscienze. Barrese e il suo Albero luminescente pescano nella falda più nobile di Milano. Per chiudere con le foto. C’è una foto che mi arriva da qualche bancarella, trafugata dall’Archivio del Corriere della Sera. 1953, Palazzo Reale, grande mostra di Pablo Picasso. I due visitatori borghesi non capiscono e sogghignano sprezzanti di fronte a una scultura. Solita solfa. Mi auguro che oggi i milanesi abbiano capito almeno una cosa, dopo tanta strada fin qui: che nelle vere opere d’arte lo spettatore non deve ritrovarsi, non può essere imboccato, ma deve fare un passo verso, deve partecipare, deve contribuire al senso dell’opera, riversando egli stesso i contenuti in cui specchiarsi. D’altronde questo vale anche per la vita pubblica. Il mainstream ci riduce a una poltrona con un numero di fronte a un palco o un monitor, le menti sono obese e poco reattive. Questo Natale avremo una buona occasione per fare stretching dell’anima. Grazie Antonio. Del libro e di tutto il resto.

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  1. dicembre 6, 2009 4:56 am

    A scuola ci hanno insegnato: “Ubi maior minor cessat”. Malinconica constatazione di umiltà, invito a lasciare il passo ai potenti.
    Fossero ancora quelli, i potenti!
    Oggi occorre sovvertire anche gli aforismi. Io sono più propenso a pensare:
    UBI MINOR MAIOR CESSAT.
    Ieri ho visto un’anteprima dell’Albero di luce:
    OLTRE LE INFINITE MEDIOCRITÀ
    UTOPISTICO
    POTENTE
    STRAORDINARIO
    EMOZIONANTE
    ESEMPLARE
    IMPREVEDIBILE
    INIMMAGINABILE
    UNICO
    SENZA CONFRONTI
    Non mancate alla sua accensione. Ci vediamo il 18, alle ore 18, in via Luca Beltrami.

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